Di cosa parliamo quando usiamo termini come slum, baraccopoli o favelas.
Spesso sentiamo parlare di favelas, bidonville, slum o baraccopoli. Sono termini diversi, che cambiano a seconda del Paese e del contesto, ma rientrano tutti sotto un’unica grande definizione: insediamenti informali.
Ma quali caratteristiche hanno in comune?
Secondo UN-Habitat, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di insediamenti umani, dal 2002 si considera “insediamento informale” ogni area in cui manca almeno una di queste condizioni essenziali (UN-HABITAT p.4): l’accesso a fonti d’acqua sicure, sufficienti o economicamente accessibili; la presenza di servizi igienici adeguati e dignitosi; spazi abitativi non sovraffollati, considerando sovraffollamento la presenza di più di tre persone per stanza; abitazioni costruite in aree sicure e con materiali stabili, e non con fango, paglia o materiali di scarto; oppure un titolo legale di proprietà o di residenza, poiché anche in presenza di accordi informali si può essere sfrattati in qualsiasi momento.

È importante sottolineare che, sebbene per la definizione basti la mancanza di un solo requisito, nella realtà la maggior parte degli abitanti delle baraccopoli ne vive senza almeno due o più. In generale, questi insediamenti sorgono in contesti urbani, nascono spontaneamente e al di fuori di qualsiasi pianificazione pubblica, e spesso non vengono riconosciuti né gestiti dai governi. Le amministrazioni, infatti, tendono a evitarne il riconoscimento ufficiale, preferendo programmi di “ricollocamento” degli abitanti.
Allo stesso tempo, è utile ricordare che non tutte le abitazioni che, secondo gli standard occidentali, possono sembrare in condizioni di disagio rientrano necessariamente nella definizione di baraccopoli.
È una condizione diffusa specialmente nel cosiddetto sud globale. Il sito Atlas informality è uno strumento molto utile per tenere traccia a livello geografico della disposizione di questi insediamenti. Le statistiche indicano che oggi circa 2 miliardi di persone vivono in insediamenti informali: quasi il 25% della popolazione urbana mondiale. E la cifra è destinata a crescere, perché il processo di urbanizzazione continua ad accelerare mentre, nella maggior parte dei Paesi, mancano programmi efficaci in grado di superare realmente il sistema delle baraccopoli nel breve periodo.
L’unica eccezione significativa è il Sud America, dove grazie a politiche di regolarizzazione e interventi strutturali la percentuale di persone che vivono nelle favelas sta lentamente diminuendo.

Le baraccopoli non sono “funghi” spuntati per caso. Esistono dal XVI secolo, ma la loro esplosione moderna è figlia di un fallimento politico. Nascono quando l’urbanizzazione corre più veloce della capacità delle città di pianificare, ossia quando moltissime persone scelgono di trasferirsi in città ma gli affitti sono proibitivi e non esistono piani di costruzione abitativa estesi. (UN-HABITAT p. xxix)
In molti casi, gli insediamenti informali nascono da antichi quartieri borghesi abbandonati e oggi sovrappopolati. Spesso rappresentano anche un’eredità diretta del passato coloniale di molti Paesi. Nelle città coloniali, infatti, il centro era costruito, fortificato e riservato ai coloni, mentre agli abitanti originari era vietato accedervi o risiedervi per legge.
Oggi norme di segregazione così esplicite non esistono più, ma quel retaggio continua a influenzare profondamente la situazione attuale: nelle aree urbane sono state costruite molte meno case legali rispetto al fabbisogno reale, e questo ha fatto aumentare drasticamente i prezzi sia di acquisto che di affitto.
Gli insediamenti informali sono generalmente divisi in due categorie con caratteristiche molto differenti. Spesso queste due situazioni coesistono in insediamenti della stessa area metropolitana o dello stesso stato.
Slums of Hope (Baraccopoli della Speranza): Insediamenti in evoluzione, auto-costruiti da chi arriva in città cercando fortuna. Qui c’è dinamismo, la casa migliora anno dopo anno.
Slums of Despair (Baraccopoli della Disperazione): Quartieri in declino, dove le strutture crollano e il tessuto sociale si sfilaccia, intrappolando le persone in un ciclo di miseria senza uscita.

La vita nello slum è una sfida quotidiana contro l’ambiente. Le abitazioni sorgono spesso su terreni che nessuno desiderava: pianure alluvionali, pendii instabili o vere e proprie discariche. La baraccopoli di Korogocho ne è un esempio perfetto — ne abbiamo parlato in un video (link) e in un articolo (link).
In questi contesti, gli abitanti diventano le prime vittime del cambiamento climatico e di malattie come tifo e colera, aggravate dall’assenza di sistemi fognari. Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, solo il 15% delle famiglie urbane è collegato a una rete fognaria funzionante.
Pensare che negli insediamenti informali la disoccupazione sia altissima è un errore. Al contrario, le baraccopoli sono veri e propri alveari di attività: circa il 37% della forza lavoro urbana nei Paesi in via di sviluppo opera all’interno degli slum, spesso con lavori saltuari e poco retribuiti.
Il tema del lavoro in questi contesti è complesso: si tratta di aree in cui il lavoro nero è molto diffuso, ma che allo stesso tempo alimentano il ciclo economico cittadino grazie a una produttività intensa, seppur informale. La maggior parte sono attività di sopravvivenza, ma è importante chiarire che non sempre chi vive nello slum si trova in una condizione di povertà materiale. In molti casi, i proprietari delle abitazioni scelgono comunque di vivere negli insediamenti, pur avendo redditi — spesso generati proprio dalla speculazione edilizia interna allo slum — che permetterebbero loro di trasferirsi in altre zone della città.
Un altro paragone molto diffuso, ma profondamente fuorviante, è quello tra baraccopoli e campi profughi. Anche se a un primo sguardo possono sembrare simili, si tratta di realtà completamente diverse. Le baraccopoli non nascono dopo un evento traumatico o catastrofico: terremoti, inondazioni o guerre possono accelerare l’urbanizzazione e far crescere gli slum, ma non ne rappresentano l’origine.
Gli insediamenti informali non vengono creati da agenzie internazionali, mentre i campi profughi sì. Organizzazioni come UN-Habitat o altre agenzie delle Nazioni Unite lavorano negli slum per migliorarne le condizioni di vita, ma sono le stesse agenzie che, al contrario, progettano e gestiscono direttamente i campi profughi.

Un’altra differenza fondamentale riguarda la finalità. I campi profughi nascono come soluzione temporanea per ospitare persone in fuga; il fatto che spesso si trasformino in quartieri permanenti è una conseguenza indesiderata delle crisi prolungate. Gli slum, invece, nascono dall’iniziativa privata di chi decide di costruire una casa — spesso con mezzi di fortuna — ma con l’intenzione fin dall’inizio di stabilirsi lì.
Ed è proprio questa differenza di intenti che rende il tema del diritto di possesso negli insediamenti informali così complesso e fragile: in molti casi resta un equilibrio precario, sempre in bilico tra tolleranza informale e rischio di sfratto.
In generale possiamo notare come negli insediamenti informali di tutto il mondo ci siano elementi drammatici che fanno sì che le baraccopoli esistano ancora: politiche fallimentari, corruzione, economia sommersa e mancanza di diritti legali. Di fronte a queste gravi condizioni di vita spesso i governi hanno scelto distruggere aree o interi slums nel tentativo di scoraggiare l’inurbamento. Risolvere il problema non significa costruire case nuove o passare con i bulldozer. Significa affrontare la parte sommersa dell’iceberg: garantire diritti, sicurezza del possesso e inclusione sociale.
Come sottolinea l’ONU, l’obiettivo non è cancellare lo slum, ma rigenerarlo, trasformando la “confusione” in una parte legittima e vivibile della città
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Articolo di Francesco D’Ottavi – Our Discovery Travel