La situazione di uno degli slum più grandi del Kenya, dove le sfide quotidiane si inseriscono in un caos costante.
Korogocho, che in lingua Kikuyu significa ‘confusione’, è il quarto insediamento informale di Nairobi per estensione. Un labirinto diviso in otto quartieri: Grogan A e B, Gitathuru, Highridge, Korogocho A e B, Kisumu Ndogo e Nyayo. Non è un blocco unico: ogni zona ha un’anima precisa e viverci può significare affrontare realtà quotidiane profondamente diverse. La sua superficie si estende per poco meno di un km² e ci vivono decine di migliaia di persone. Per avere un termine di paragone: nel quartiere Isola di Milano, il quale ha la stessa estensione di Korogocho, vivono circa diecimila persone.
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L’insediamento si trova nell’area di Kasarani, a circa 11 chilometri dal centro di Nairobi, su una stretta lingua di terra compresa tra i fiumi Gitathuru e Nairobi. È una posizione geografica fragile, complicata soprattutto dalla vicinanza con Dandora, la principale discarica della città, che nel 2007 fu classificata come uno dei luoghi più inquinati al mondo. Per gli abitanti di Korogocho la discarica rappresenta un paradosso: è una grave minaccia per la salute ma anche un’essenziale opportunità economica, dato che molti di loro – compresi i bambini – vi cercano materiali da rivendere.
Korogocho nasce negli anni Settanta del novecento come insediamento spontaneo per gli operai delle cave di pietra e dei cantieri edili. Erano le braccia che costruivano la moderna Nairobi, uomini e donne che estraevano le materie prime per la città ma che non avevano i mezzi economici per abitarvi. Nel decennio successivo l’insediamento si allargò rapidamente, diventando il rifugio per chi veniva espulso dal centro a causa dell’aumento del costo della vita.
Questo fenomeno, che vede le fasce più povere della popolazione spinte ai margini dei centri urbani, è tipico dei processi di urbanizzazione, ma a Nairobi avvenne con proporzioni enormi e senza alcun controllo da parte dello Stato. Sebbene sia difficile calcolare con precisione la crescita specifica di Korogocho in quegli anni, i dati generali della capitale ci aiutano a capire la portata dell’evento: se nel 1979 Nairobi contava circa 800 mila abitanti, appena dieci anni dopo, nel 1989, la popolazione aveva superato il milione e trecentomila persone. È facile intuire come una parte significativa di questa massa umana si sia riversata nelle baraccopoli.
Oggi, anche se il ritmo di espansione della popolazione urbana è leggermente rallentato, la crescita non si è fermata. A questo flusso continuo si somma un fattore demografico interno determinante: il Kenya mantiene un tasso di fecondità ancora molto alto, con una media di circa 3,3 figli per donna, che contribuisce in modo decisivo al costante sovraffollamento di queste aree.
Il terreno su cui sorge Korogocho appartiene formalmente allo Stato, una condizione che genera una disputa legale intricata e perenne. Nel 2001, una direttiva presidenziale tentò di risolvere l’impasse promettendo di regolarizzare l’insediamento, ma l’effetto fu controproducente: invece di portare ordine, inasprì le tensioni tra i proprietari delle baracche e le famiglie in affitto. Per comprendere la realtà di questi luoghi, bisogna considerare che le baraccopoli sono spesso invisibili agli occhi delle istituzioni, che tendono a ignorare la presenza di chi vi abita. Lo slum vive di fatto in una zona grigia del diritto, dove l’illegalità tecnica dell’insediamento diventa un alibi per non migliorare le infrastrutture e condanna gli abitanti all’incertezza, senza alcuna garanzia di poter restare nelle proprie case.
Quali sono le condizioni di chi ci vive all’interno?
Korogocho è cresciuta in modo spontaneo e disordinato, diventando una delle aree più densamente popolate della città. Le case sono costruite con materiali di fortuna: quasi la metà ha muri di fango e la quasi totalità ha tetti in lamiera, spesso riciclata. Anche all’interno le condizioni sono precarie: moltissime abitazioni hanno il pavimento in terra battuta e la maggior parte delle famiglie vive in una sola stanza. In media tre persone condividono uno spazio di appena dieci metri quadrati.
Lo sviluppo delle infrastrutture è insufficiente e la fornitura di servizi di base è spesso gestita da un settore privato di criminalità organizzata, il che incide sull’accessibilità, l’economicità e la qualità di quasi ogni servizio all’interno dello slum.
L’acqua potabile sicura è scarsa e inaffidabile. La maggior parte dei residenti si affida a chioschi d’acqua privati, pagando tra 2 e 5 scellini (meno di 3 centesimi di euro) per una tanica da 20 litri. Solo il 41% dei residenti ha la possibilità di recuperare dell’acqua entro 100 metri dalla propria abitazione. La qualità è spesso considerata scarsa (48%) e la fornitura inaffidabile (64%), con rischi altissimi di contaminazione dovuti alla vicinanza ai sistemi fognari.
A Korogocho le condizioni igieniche sono precarie, soprattutto perché mancano quasi del tutto fognature e sistemi di scolo: solo il 38% delle famiglie ha una latrina privata. Questa carenza ha reso diffusa la pratica dei cosiddetti flying toilets, sacchetti di plastica usati per i bisogni e poi lanciati lontano dalle abitazioni. È un problema che riguarda anche la sicurezza personale: di notte uscire per cercare un bagno pubblico è pericoloso, specialmente per le donne, e la scarsa igiene rimane una delle cause principali della diffusione di malattie nell’area.
Thimoty, fondatore di OurDiscoveryTravel, nel mese di agosto di quest’anno è stato a Korogocho insieme all’associazione Smiley hand. A proposito di queste condizioni di vita racconta: «È qualcosa che sconvolge, e a cui non ci si abitua. Camminando nello slum, continuavamo a vedere sacchetti di plastica usati come gabinetto. Siamo entrati in due case, in due zone diverse di Korogocho. In entrambe le famiglie ci hanno raccontato di essere costrette a usare questo metodo, antigienico e profondamente disumanizzante, ma è l’unico metodo possibile.»
Ottenere l’elettricità legalmente è molto raro: per l’illuminazione domestica la maggior parte delle famiglie (il 52%) usa lampade a paraffina . Esiste un sistema diffuso di allacci abusivi alla rete esterna, gestito spesso da gruppi di giovani come forma di business, che però è molto precario e rischioso. Questa carenza strutturale fa sì che manchi quasi del tutto l’illuminazione pubblica, lasciando le strade della baraccopoli al buio e rendendole molto più pericolose.
A proposito di questa drammatica situazione di illegalità Thimoty racconta «Come molti altri servizi fondamentali, anche questo è gestito dalla mafia, un termine utilizzato dagli stessi abitanti dello slum. Lo si sente spesso perché sono loro a fornire acqua ed elettricità, a garantire una forma di protezione o a intervenire per risolvere alcune situazioni quotidiane. Quando lo Stato non esiste, o è assente, sono sempre le mafie a prendere il controllo, rispondendo — nel bene e nel male — a bisogni reali della popolazione.»
La rete stradale è fortemente carente, con la maggior parte delle vie non asfaltate, il che significa polvere o fango a seconda della stagione. Prima dei recenti interventi di riqualificazione, le preoccupazioni maggiori dei residenti riguardavano proprio le strade dissestate e la scarsa sicurezza. Spesso i percorsi interni sono così stretti da essere appena percorribili a piedi, creando enormi barriere per chi ha difficoltà motorie: il canale YouTube Our Discovery Travel ha pubblicato un video che documenta proprio la situazione delle persone con disabilità in questo contesto.
La situazione sanitaria negli ultimi anni non è migliorata. L’HIV a Korogocho ha un tasso di contagio del 14%, il doppio della media nazionale del Kenya. L’AIDS e la tubercolosi insieme sono responsabili del 50% dei decessi nella popolazione oltre i cinque anni di età. Altre malattie comuni sono legate alle condizioni ambientali: infezioni respiratorie (aggravate dalla congestione e dall’uso di combustibili fossili per cucinare), malattie della pelle, diarrea e tifo.
Thimoty è rimasto particolarmente toccato dalla sofferenza che la malattia provoca. Parlando del momento in cui ha incontrato delle persone colpite dalla patologia racconta: «Abbiamo conosciuto ragazzi e bambini che solo in un secondo momento abbiamo scoperto essere affetti da HIV. I numeri e i dati possono colpire, ma è quando incontri le persone, quando giochi con i bambini, che capisci quanto queste malattie siano diffuse e quanto la situazione sia davvero preoccupante.»
La malnutrizione, inclusi ritardi di crescita (tecnicamente chiamato stunting) e condizione di sottopeso, è comune tra i bambini sotto i cinque anni e gli adolescenti. La povertà è la causa principale del cattivo accesso a cibo adeguato. Si stima che il 68% delle famiglie sia costretta a saltare almeno un pasto al giorno, moltissime mendicano o rubano cibo, consumano alimenti di bassa qualità o avanzi trovati nelle discariche. È comune che gli adolescenti siano impegnati in lavoro minorile o prostituzione per ottenere cibo/reddito. L’insufficiente o inadeguata alimentazione rende gli abitanti altamente vulnerabili ai problemi di salute.
Quando si incontra questa condizione di malnutrizione, è difficile anche solo comprendere cosa significhi davvero. «Ho incontrato un bambino che, quando è stato trovato dall’associazione Smiley Hand, non mangiava da sei giorni. È qualcosa che va oltre ogni comprensione.»
La maggioranza dei residenti di Korogocho sono inquilini e non hanno alcun tipo di possedimento immobile (80% delle famiglie). Il reddito medio familiare è stimato intorno ai 7.300 KES (circa 50 euro) al mese. La spesa maggiore (oltre la metà del reddito mensile) è destinata al cibo (51,6%), seguita dall’istruzione (9,4%) e dall’affitto (7,6%). Il ricorso all’indebitamento è frequente (il 21% delle famiglie ha contratto prestiti di recente).
La situazione lavorativa è drammatica, la maggior parte delle persone hanno occupazioni occasionali o giornaliere, spesso legate alla discarica di Dandora. È frequente anche che gli abitanti di Korogocho operino in attività illegali come il commercio sessuale, la produzione e vendita di alcolici e il traffico di droga.
L’istruzione primaria è gratuita in Kenya, ma Korogocho ha solo due scuole elementari pubbliche, e comunque anche le scuole pubbliche hanno dei costi, per divise e l’iscrizione ad esami, che per molte famiglie sono proibitivi. La maggior parte delle scuole sono non-formali o private, con rette che, sebbene per gli standard occidentali siano minime, rappresentano un onere significativo per molte famiglie. Nel video sul canale youtube di Our Discovery Travel dove raccontiamo la storia dell’associazione Smiley Hand, la quale si occupa di fornire servizi educativi all’interno della baraccopoli, viene spiegato come in media l’istruzione di un bambino, se si riesce a trovare posto, possa costare 50.000 kes l’anno (poco più di 300 euro), che però corrisponde al costo della vita di un’intera famiglia di 5/6 persone di tre mesi. Appare evidente come per moltissime famiglie l’investimento nell’istruzione sia assolutamente impensabile. Fortunatamente ci sono realtà come smiley hand che permettono ai minori della baraccopoli di avere un futuro.

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Il progetto statale più significativo è il Korogocho Slum Upgrading Program (KSUP), un’iniziativa congiunta finanziata dal Governo del Kenya e dal Governo Italiano, attraverso il programma Kenya-Italy Debt for Development Programme – KIDDP, firmato bilateralmente nel 2006, e supportata tecnicamente da UN-HABITAT, l’agenzia delle nazioni unite adibita alle politiche abitative.
Il KSUP inizia nel 2007 con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita fisiche, economiche e sociali degli abitanti attraverso un approccio basato sulla pianificazione partecipata. Tra le sue priorità figurano la garanzia della sicurezza del possesso fondiario, l’aumento delle attività microeconomiche, il potenziamento della mobilità e della sicurezza, e il rafforzamento della fiducia dei residenti nel processo di riqualificazione.
La fase iniziale del programma, pensata per ottenere risultati rapidi in attesa della pianificazione dettagliata, si è concentrata su tre interventi principali, finanziati con un budget complessivo di 141 milioni di Scellini kenioti (circa 2 milioni di euro). Il primo e più significativo è stato il Progetto di riqualificazione stradale, volto a risolvere criticità come l’accesso limitato, il cattivo drenaggio, la scarsa illuminazione e i sistemi idrici e fognari inadeguati. A questo si sono aggiunti la costruzione di un cavalcavia pedonale e la realizzazione di un ufficio comunitario, sede del Comitato dei Residenti.
La mobilità interna ed esterna al quartiere è migliorata, favorendo i collegamenti con il resto della città e incrementando la fruibilità degli spazi comuni, che sono diventati nuovi luoghi di incontro e socialità.
Nonostante i progressi, sono emerse alcune criticità. L’86% dei residenti ha dichiarato di non essersi sentito realmente coinvolto nella pianificazione, questo porta ad uno scostamento del programma dai bisogni reali percepiti dalla popolazione residente.
Nel video sul canale di Our Discovery Travel Stefano Giudici, missionario comboniano per molti anni attivo in Kenya e a Korogocho, ci ha spiegato come questo programma abbia espresso pochissimo del suo potenziale: senza la creazione di spazi giuridici e di diritto chiaro e equi, non è possibile migliorare concretamente la situazione nella baraccopoli.
Guardando al futuro, la formalizzazione di Korogocho si inserisce nel più ampio progetto del Governo del Kenya di trasformare Nairobi in una “città senza slum” entro il 2030. È un risultato ambizioso e ad oggi difficilmente realizzabile in quanto persiste il nodo cruciale del possesso fondiario, una questione che determina la fiducia e la stabilità della comunità.M
Migliorare le condizioni di vita a Korogocho richiede un lavoro paziente e quotidiano, che però da solo non può bastare. La vera svolta dipenderà dalla capacità delle istituzioni keniote di cambiare prospettiva: smettere di considerare gli slum come aree marginali da abbandonare a se stesse e iniziare a trattarli come parti integranti della città, abitate da cittadini che necessitano di tutele e servizi pubblici, non di indifferenza.
Lo slum è un insediamento informale perché esiste una precisa scelta politica di mantenerlo tale. Solo con una reale volontà politica gli slum e le baraccopoli potranno davvero scomparire.