Our discovery travel è stato a Catania, nel quartiere San Berillo, ospitati dall’associazione trame di quartiere. È stata un incontro molto profondo e uno scambio che vogliamo condividere.

 

In tutte le grandi città, talvolta anche nelle più piccole, c’è un quartiere in cui non bisogna andare, e se ci devi passare, devi fare attenzione.Ognuno può pensare a un esempio che conosce, qualcosa di vicino alla propria esperienza. Una zona della città su cui nel tempo si è costruita un’immagine precisa: pericolosa, mal frequentata, da evitare.

Questi stereotipi si costruiscono sempre su un misto di fatti reali e invenzione, i quali si uniscono in una trama indissolubile, nascondendoci dietro il fatto più importante: che in quelle zone ci sono delle persone che ci vivono. Si resta talmente folgorati dalla paura di ciò che avviene in quelle vie che non si è più in grado di analizzare le cose con lucidità, ciò che c’è lì dentro diventa brutto, negativo, contaminato, senza più saper distinguere. Oggi vi vogliamo raccontare di San Berillo, uno di questi luoghi, e specialmente di come si possa superare quella trama di stereotipi e ristabilire l’importanza del rapporto con le persone.

San Berillo è un quartiere centralissimo di Catania, in Sicilia; fu costruito subito dopo il disastroso terremoto del 1693, e si sviluppò come un quartiere denso e vitale, abitato in maniera eterogenea da artigiani, commercianti, borghesia e classi popolari, favorito dalla sua vicinanza strategica al porto e alla stazione ferroviaria.

 

 

Ma questo stato di normalità giunse al capolinea nel 1957, quando un colossale piano speculativo, con l’ambizione di modernizzare Catania trasformandola nella “Milano del Sud”, rase al suolo gran parte dell’antico quartiere per costruire la grande arteria commerciale di Corso Sicilia. Questa massiccia operazione sradicò il tessuto sociale originale, obbligando al trasferimento circa 30.000 abitanti in un nuovo quartiere nella lontana periferia (San Leone) e lasciando nel centro cittadino enormi voragini a cielo aperto a causa della successiva interruzione dei lavori.

Così nasce il San Berillo di oggi: una zona senza un vero piano urbanistico, fatta di palazzi e case abbandonate, priva di servizi, negozi e attività.

Un luogo in cui, di fatto, vivere diventa difficile. Questa zona comincia immediatamente a raccogliere tutto ciò che il resto della città lasciava ai margini. Gli “esuberi” di Catania, persone impiegate in qualsiasi modo ad attività illegali, oppure che non possiedono i requisiti legali di residenza sono ghettizzati a San Berillo, in cui lo stato è assente e la cittadinanza non entra. 

 

Una situazione così alimenta facilmente uno stigma dal quale nasce anche una diffidenza automatica: se vivi lì, allora devi essere per forza una persona poco affidabile.

Ma quanto spesso ci lasciamo guidare da questi preconcetti? Succede più di quanto pensiamo. Non è un dettaglio: da queste dinamiche nascono incomprensioni, distanza, a volte anche conflitti. Basterebbe fermarsi un attimo, sospendere il giudizio e conoscere davvero le persone. Non è facile; le voci, le etichette, le storie che si raccontano… fanno molto più rumore della realtà. Anche quando proviamo a distaccarcene, certe sensazioni arrivano comunque. 

Parlando con Thimoty del suo arrivo a San Berillo escono fuori molti di questi temi, e forse il modo migliore per immaginarli e sentirli raccontare in prima persona. 

Il mio primo incontro con il quartiere non è stato semplicissimo. Stavo scendendo verso San Berillo al tramonto, da solo, con una videocamera in mano, pronto a iniziare le prime interviste. Le vie cambiano a ogni angolo: alcuni vicoli sono completamente vuoti, altri pieni di vita. Insieme alla curiosità, c’era anche un po’ di tensione.

Quando incontri una nuova realtà, non sai mai cosa aspettarti. Non c’è ancora stata una vera connessione, solo qualche scambio iniziale. Poi ci sono le interviste. Ogni volta è un’incognita: non sai se la persona si sentirà a suo agio, se ci sarà apertura… o distanza. Così ho fatto quello che faccio spesso in questi casi: ho messo da parte i pensieri e ho lasciato che le cose succedessero.

Infatti, appena ho iniziato, qualcosa è cambiato. Ho parlato con Luca, che mi ha fatto capire quanto San Berillo sia ancora una ferita aperta per la città. Poi Graziella, una donna trans che si prostituisce da anni, che mi ha raccontato quanto fosse difficile vivere la propria identità nella Catania degli anni ’70 e ’80.

E poi Franchina. Franchina è stata, in qualche modo, la chiave. Credo di aver incontrato tante persone, ma raramente ho visto uno sguardo come il suo. Una persona che ha vissuto per quarant’anni in strada, che ha incontrato ogni tipo di umanità, anche la più dura… e che, nonostante tutto, conserva negli occhi qualcosa di incredibilmente puro.

Durante l’intervista mi sono venuti i brividi più volte. Tanto che il giorno dopo sono tornato a parlarle di nuovo. Franchina — o Francesco, come si chiama all’anagrafe — non sente il bisogno di definirsi. Passa dal maschile al femminile con naturalezza, senza fermarsi dentro nessuna etichetta. La cosa che mi ha colpito di più è stata un’altra: mi sono sentito profondamente connesso con una persona che ha avuto una vita completamente diversa dalla mia.

Thimoty e Franchina nelle strade di San Berillo

Ridare a queste vite la loro dimensione umana significa, prima di ogni altra cosa, ricostruire un orizzonte di speranza, una prospettiva, un progetto comune. È una questione profonda di fraternità e sorellanza, la necessità vitale di tessere reti di solidarietà per creare un ambiente capace di generare speranza e aiuto reciproco. Nessuno di noi si salva da solo; siamo tutti profondamente connessi e dipendenti dalla cura della comunità in cui viviamo.

È esattamente questa la missione che porta avanti l’associazione Trame di Quartiere a San Berillo, che era la meta del viaggio di Our Discovery Travel a Catania. La loro realtà non si limita a intervenire fisicamente sugli spazi, ma opera una rigenerazione umana, rammentando gli strappi dell’isolamento e restituendo dignità a chi vive i margini. Il loro lavoro quotidiano ci ricorda che la rinascita nasce sempre dall’incontro e dal guardarsi negli occhi. 

Luca Aiello dell’associazione Trame di Quartiere

 

Con questo incontro è possibile aprire gli occhi su un aspetto fondamentale, e cioè che siamo tutti alla ricerca di qualcuno o qualcosa che ci valorizzi e che faccia sentire accolti. Sotto le pesanti etichette dell’emarginazione, pulsa un bisogno universale di ascolto e appartenenza. Anche in questo la possibilità di andare di persona nei luoghi dell’associazione ci ha aiutato a capire meglio questa cosa. Thimoty raccontando di quello che gli ha lasciato questa esperienza dice:

San Berillo mi ha lasciato una cosa tanto semplice quanto importante. Puoi fare l’avvocato, l’ingegnere o la prostituta. Puoi avere storie completamente diverse.

Ma alla fine, tutti cerchiamo la stessa cosa: qualcuno che ci accetti, che ci capisca e che ci voglia bene.