In Tanzania centinaia di migliaia di minori vivono per strada. Un fenomeno allarmante che l’ong Kisedet si impegna a contrastare ogni giorno.

 

Nelle zone del mondo in cui ci sono alti tassi di povertà, carestie e violenza chi ne paga le conseguenze più onerose sono sempre i bambini. Se una popolazione vive in modo strutturale condizioni di difficoltà e mancanza di risorse adeguate, anche la famiglia rischia di perdere il suo ruolo di ambiente sicuro e protettivo, soprattutto nei primi anni di vita. 

La Tanzania (pronunciato [Tanzanìa]) è un paese dell’Africa Subsahariana in cui i tassi di povertà e abbandono minorile sono spaventosamente alti: il 26,4% della popolazione vive sotto la soglia di povertà nazionale e quasi il 71% dei bambini vive in povertà assoluta. I minori orfani ammontano a 2,5 milioni, costituendo il 12% della popolazione infantile totale. Questi dati mostrano chiaramente quanto il Paese sia segnato da una diffusa condizione di povertà che colpisce già i primi anni di vita.  Da una situazione come questa nasce un fenomeno gravissimo e drammaticamente diffuso, i cosiddetti street children. Con questo termine si intendono minori vulnerabili costretti a vivere, lavorare o cercare rifugio nelle strade a causa di povertà estrema, abusi o disgregazione familiare. 

 

 

La Tanzania è una nazione giovanissima: l’età media è di appena 18 anni (contro i 49 dell’Italia) e la popolazione di 72 milioni di abitanti con un tasso di crescita molto alto: +2,8% annuo, per intenderci in Italia siamo a -0.05%. Dietro questa crescita imponente però non è presente un sistema di welfare tale per cui le famiglie in difficoltà possano avere la certezza di crescere adeguatamente la prole.

Il fenomeno dei “bambini di strada” non è una calamità naturale, ma una precisa costruzione sociale, figlia di dinamiche storiche ed economiche. Durante l’epoca precoloniale, questa realtà semplicemente non esisteva: prima dell’arrivo degli europei, in Tanzania la struttura sociale si basava sul clan e sul villaggio. Un tradizionale proverbio africano riassume in pieno il sistema: «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio». All’epoca, se un bambino perdeva i genitori o la sua famiglia biologica era in difficoltà, non finiva per strada. Veniva automaticamente assorbito dagli zii, dai nonni o dai membri della società. La comunità faceva da “rete di sicurezza” naturale. L’idea di un minore lasciato solo a se stesso era socialmente inconcepibile, perché il bambino non era proprietà esclusiva dei genitori biologici, ma apparteneva all’intera comunità.

Dopo l’inizio dell’era coloniale la situazione è peggiorata. L’imposizione del modello urbano e individualista britannico ha progressivamente distrutto le tradizionali reti di solidarietà dei villaggi. Di fronte all’arrivo dei primi emarginati nelle città, l’amministrazione coloniale ha scelto la repressione al posto dell’assistenza: con l’ordinanza del 1944 sulle “persone indesiderabili”, la mancanza di una casa è stata trasformata da dramma sociale a vero e proprio reato di vagabondaggio. A tutto ciò si unisce la crescente urbanizzazione, che porta i nuclei ad abbandonare i luoghi di origine, e una progressiva disgregazione familiare che porta i figli a scappare dalle famiglie o ad essere abbandonati. Questo è un fenomeno culturale globale tipico dell’età contemporanea: famiglia è un concetto molto diverso, sfuggente e variabile rispetto a quello che poteva significare 60 anni fa. Tutti questi fattori insieme negli ultimi anni hanno provocato una crescita vertiginosa dei casi in cui i bambini sono costretti a vivere nelle strade tanzaniane. Si stima che oggi siano centinaia di migliaia (i dati più recenti del Consortium for street children children parlano di circa 437.000 minori, ma le stime sono difficilmente verificabili) a vivere, dormire o lavorare per le strade di città come Dar es Salaam, Dodoma e Arusha. Ma chi sono davvero questi bambini? E come può un Paese voltare lo sguardo di fronte al proprio futuro?

 

Oggi, l’antropologia e gli operatori sociali fanno una distinzione cruciale:

I bambini nella strada: Lavorano di giorno per contribuire al reddito, ma la sera tornano in un nucleo familiare, per quanto fragile.

I bambini della strada: Sono completamente disconnessi dalle famiglie. Vivono, dormono e sopravvivono in strada, esposti a tassi di abuso drammaticamente più alti.

Il linguaggio comune non li aiuta. Vengono etichettati con disprezzo: vibaka (rapinatori) o chokoraa (frugatori di spazzatura), marchiati da uno stigma che li rende invisibili o, peggio, colpevoli della loro condizione.

Vivere in strada non significa solo avere fame o freddo; significa subire una compromissione irrimediabile dell’integrità fisica, cognitiva ed emotiva. Secondo la Teoria dell’Attaccamento, l’esposizione costante al terrore e la totale assenza di adulti protettivi sviluppano in questi minori un “attaccamento disorganizzato”. Il loro sistema nervoso è perennemente in allarme: una “risposta di sopravvivenza” cronica che si traduce spesso in comportamenti impulsivi, aggressività e devianza. (Per approfondire si consiglia il report di Save the children «Struggling to Survive» Section 7: Attachment, Identity and Resilience pp. 73-76. Al link: https://resourcecentre.savethechildren.net/document/struggling-survive-children-living-alone-streets-tanzania-and-kenya)

Per sopportare i morsi della fame, il freddo notturno e il terrore delle percosse, i bambini ricorrono a pratiche di gestione emotiva estremamente dannose per la mente e per l’organismo, specialmente in giovane età. Sono molto frequenti casi di abuso di colla (glue sniffing), la marijuana e l’alcol a bassissimo costo. 

Alcuni street children incontrati di Our Discovery Travel

Questo è un aspetto che a colpito molto Thimoty, fondatore di Our Discovery Travel, quando è stato in Tanzania nell’estate del 2025. A proposito del glue sniffing racconta:

Io e Claudio abbiamo avuto l’opportunità di incontrare alcuni street children grazie a Kisedet. Ci siamo trovati in un parco: eravamo noi, lo psicologo dell’organizzazione e quattro ragazzi.

Uno di loro ha passato tutto il tempo a dormire sull’erba. Gli altri tre hanno interagito con noi. Due erano molto giovani, 14 e 16 anni. Il terzo non ricordava nemmeno la sua età.

Mi sono sentito in difficoltà nel fare domande: non sapevo bene cosa chiedere, e soprattutto come farlo nel modo giusto.

L’operatore ci ha spiegato che almeno due di loro erano dipendenti dallo sniffare colla.

 

Giovanna, fondatrice di Kisedet, indica il disegno “L’albero di Jimmy” sul muro del drop-in centre di Kisedet. Nel video di Our Discovery Travel su Kisedet viene raccontata la storia di Jimmy e del progetto del drop-in centre

 

Al problema dell’abuso di sostanze si affianca una diffusa presenza di violenza. Gli street children spesso si organizzano in piccoli gruppi e arrivano a scontrarsi tra loro per il controllo delle poche risorse disponibili, come luoghi relativamente sicuri in cui dormire o aree legate ai traffici più redditizi. Uno studio specifico su Dodoma, la capitale dello stato, mostra come anche la violenza di genere sia tragicamente diffusa: a Dodoma, oltre il 70% delle ragazze street children dichiara di aver subito violenza, e quasi una su cinque è stata stuprata.

Questa situazione è ulteriormente aggravata dal funzionamento del sistema sanitario in Tanzania, il quale si basa principalmente su assicurazioni sanitarie o su pagamenti diretti al momento delle cure (out-of-pocket). Gli unici minorenni esenti dai costi sono i bambini sotto i cinque anni; tutti gli altri devono pagare per ricevere assistenza. Di conseguenza, i minori che vivono in condizioni di forte fragilità, esposti quotidianamente a rischi per la loro salute, si trovano di fatto esclusi dall’accesso alle cure, proprio per la mancanza di risorse economiche. 

 

 

Di fronte a questa emergenza, la risposta istituzionale tanzaniana vive un drammatico cortocircuito. Sulla carta, lo Stato ha ratificato gli accordi internazionali e varato il Law of the Child Act nel 2009. Nella pratica, la risposta è affidata ai manganelli.

Le forze dell’ordine organizzano i kamatakamata (rastrellamenti notturni). I minori vengono spesso prelevati con la forza e sottoposti a violenze mirate: vengono colpiti alle articolazioni, come ginocchia e caviglie, in modo da provocare un dolore intenso senza lasciare segni evidenti sulla pelle.

Successivamente, vengono gettati in prigioni sovraffollate, costretti alla promiscuità con criminali adulti. Per approfondire si rimanda al già citato studio di Save the Children (pag. 55) e Wiencke M. Social Support in the Space of the Street. Children and Adolescents in Mwanza, Tanzania (pag. 405).

I servizi socio assistenziali sono gestiti dalle Organizzazioni Non Governative. Eppure, anche qui il meccanismo si inceppa a causa di quella che potremmo definire la “geopolitica degli aiuti”. La gestione dei progetti di sostegno agli street children è affidata in gran parte ai fondi delle ONG internazionali, le quali finanziano le organizzazioni locali.

Uno studio della Lincoln University del 2016 (capitolo 5) mostra come si crei così una dinamica di potere profondamente sbilanciata. Le ONG locali lamentano che i grandi donatori del Nord del mondo dettano agende rigide e standardizzate. Per giustificare i fondi, impongono l’inseguimento dei “numeri” (es. quanti bambini sono stati tolti dalla strada in un mese), ignorando completamente i tempi lunghi, qualitativi e imprevedibili del case management umano. Le associazioni locali finiscono per sentirsi meri “esecutori di progetti”, costrette a piegare la propria missione ai bandi internazionali. 

Esistono però realtà che riescono a spezzare questa catena. Una di queste è Kisedet (Kigoma Socio-Economic Development Trust), una ONG italo-tanzaniana profondamente radicata nel territorio, operativa principalmente a Dodoma e Kigoma. Il suo successo deriva dal rifiuto della pura gestione individuale del problema: non si limita a “togliere” il bambino dal marciapiede, ma lavora sulle cause strutturali che lo hanno portato lì.

Il loro è un percorso a fasi:

Tutto inizia con gli Street Workers (educatori di strada) che avvicinano i ragazzi nei loro luoghi di ritrovo. Non ci sono forzature, solo la costruzione lenta di una relazione di fiducia. 

Dopo questo primo incontro si passa a spingere i ragazzi a frequentare il centro diurno situato a Dodoma, è il primo porto sicuro. Qui i ragazzi possono fare una doccia calda, ricevere un pasto, cure mediche di base e supporto psicologico. Soprattutto, non c’è l’obbligo di restare. Per chi sceglie di lasciare la strada, si aprono le porte dei rifugi a lungo termine come la Chigongwe Family e la Shukurani House. Immersi nella natura, i ragazzi coltivano la terra, riprendono a studiare e, con l’aiuto di specialisti, affrontano il difficile percorso di riabilitazione dai traumi e dalle dipendenze.

A proposito del suo incontro con Kisedet Thimoty racconta: 

Kisedet è stata una scoperta preziosa lungo il nostro percorso tra Tanzania e Kenya. Giò (Giovanna Mbeleje, Ideatrice e Co-fondatrice di Kisedet ngo n.d.r.) ci ha accompagnati all’interno della realtà: ci ha mostrato le strutture, presentato le persone, raccontato i progetti e le prospettive future.

I muri della sede sono pieni di disegni dei bambini e di messaggi profondi. Ogni dettaglio trasmette il valore di ciò che viene fatto ogni giorno.

Una frase, in particolare, mi è rimasta impressa:
“La strada non è genitrice di nessun bambino.”

Nessun bambino dovrebbe vivere per strada, stare da solo, dormire su un marciapiede o crescere nella paura costante della violenza.

La passione con cui Giò racconta Kisedet è già, di per sé, la dimostrazione concreta dell’impatto e dell’impegno che portano avanti ogni giorno.

 

Thimoty, fondatore di Our Discovery Travel, insieme a Giovanna, fondatrice di Kisedet ngo

Ma l’innovazione di Kisedet sta nel suo lavoro fuori dalla strada. Un bambino reintegrato in una famiglia indigente tornerà inevitabilmente a fuggire. In un Paese dove su 100 bambini solo la metà finisce le scuole primarie e appena 3 arrivano al diploma superiore, la prevenzione è tutto. Per questo, l’ONG promuove progetti di microcredito e di sostegno a distanza

L’obiettivo finale e supremo di KISEDET rimane uno, ove possibile e sicuro: il reinserimento familiare.

Sconfiggere l’abbandono minorile in Tanzania richiede coraggio e un cambio di prospettiva radicale da parte della comunità internazionale e delle istituzioni locali.

La strada non passa attraverso la moltiplicazione degli orfanotrofi (istituzionalizzazione), ma attraverso il rafforzamento della famiglia. Il case management non può interrompersi nel momento in cui il bambino varca la soglia di casa: richiede visite di settimanali, poi mensili e trimestrali. Quando i fondi mancano e queste visite saltano, le statistiche sono impietose: i bambini scappano e ritornano in strada..

È inoltre imprescindibile una riforma culturale delle forze dell’ordine. La polizia deve passare da un ruolo repressivo a uno protettivo, seguendo corsi di sensibilizzazione per smettere di vedere nel bambino di strada un vibaka (ladro) da punire, riconoscendo in lui una priorità assoluta di protezione e cura.

Infine, la vera guarigione si chiama emancipazione economica ed educativa. Solo attraverso un reinserimento scolastico flessibile o, per i più grandi, una formazione tecnico-professionale (come la meccanica o la falegnameria), combinata con il microcredito per le famiglie d’origine, si può spezzare il ciclo.

Perché un bambino che ha trascorso l’infanzia a difendersi nei bassifondi, se messo nelle giuste condizioni, non sarà più un “problema di ordine pubblico”, ma un giovane uomo o una giovane donna con una sua dignità e autonomia. 

Come disse Malala Yousafzai «Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo»