Storia e prospettive della più grande discarica d’Africa.

Nelle città ogni tanto ci si imbatte in persone che per disperazione e miseria frugano nei cassonetti dell’immondizia alla ricerca di qualcosa che possa dare guadagno. Sono scene che difficilmente lasciano indifferenti; a che livello di povertà materiale si deve arrivare per spingersi in queste pratiche? A che disallineamento tra bisogno e servizi devono arrivare le istituzioni, perché si creino questi fenomeni?  

Ora proviamo a immaginare una discarica di più di 2km², un’area grande come il principato di Monaco completamente distesa di rifiuti, in cui migliaia di persone quotidianamente cercano rifiuti da rivendere. Questa è Dandora: la più grande discarica dell’Africa occidentale dove persone, per lo più minorenni, donne sole con figli, categorie fragili in generale, si recano cercando oggetti, o cibo, da rivendere nei mercati di Nairobi, la capitale del Kenya. 

Our Discovery Travel, insieme all’associazione Smiley hand, è stata dentro Dandora, a vedere e documentare la condizione di miseria in cui gli abitanti di Nairobi meno abbienti sono costretti a vivere. Cerchiamo di capire bene che cos’è questa tragedia che non ha spazio disponibile nei media e nel dibattito.

 

Dandora si trova nella periferia nord-est di Nairobi, la capitale e città più popolosa del Kenya. Con un perimetro di circa 5 km la discarica di Dandora non è solo il più grande sito di smaltimento rifiuti dell’Africa orientale, ma è un ecosistema complesso, una città nella città dove le leggi dello Stato sfumano per lasciare spazio a codici non scritti, gerarchie criminali e un’economia di sussistenza che dà da mangiare a migliaia di persone mentre lentamente le avvelena.

 

 

 

La storia di Dandora è una storia di buone intenzioni finite male; nasce ufficialmente a metà degli anni Settanta. L’iniziativa fu finanziata con fondi della Banca Mondiale e l’obiettivo era nobile: creare una discarica modello per migliorare i servizi igienico-sanitari di una Nairobi in rapida espansione urbanistica. Sul sito di Our Discovery Travel trovate un articolo sulla baraccopoli di Korogocho in cui viene spiegato nel dettaglio la crescita della città. La posizione fu scelta strategicamente: un’ex cava di pietra nella periferia orientale, abbastanza lontana dal centro e dai quartieri ricchi, ma sufficientemente vicina per garantire un trasporto agevole dei rifiuti.

 

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Tuttavia, la pianificazione non aveva fatto i conti con la crescita demografica esplosiva della capitale keniota. Già nel 2001, secondo quanto riportato da diverse fonti tra cui il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), la discarica era considerata piena. Nel 2006, il governo keniota la dichiarò ufficialmente “satura”, ordinandone la chiusura. Eppure, quasi vent’anni dopo quella dichiarazione, Dandora non solo è ancora aperta, ma continua a crescere in altezza e volume. Ogni giorno circa 850 tonnellate di rifiuti solidi urbani continuano a varcare i suoi cancelli, alimentando una montagna che ha ormai modificato la geografia stessa della zona, creando un dislivello artificiale che in alcuni punti raggiunge decine di metri di altezza. 

 

Se sulla carta Dandora è una struttura municipale, la realtà è un vuoto di potere istituzionale colmato da altri attori. Dopo il fallimento dei tentativi di chiusura e bonifica – tra cui un progetto del 2006 che vedeva un iniziale coinvolgimento del governo italiano, poi interrotto – lo Stato ha di fatto perso il controllo operativo della discarica.

Oggi, la gestione della discarica è nelle mani di organizzazioni criminali strutturate, spesso affiliate a gruppi come i Mungiki, una nota setta politico-religiosa e organizzazione criminale keniota), che controllano ogni aspetto della vita a Dandora. Una ricerca del politecnico di Torino spiega come questi gruppi presidiano gli ingressi giorno e notte, decidendo chi entra e chi esce, tassando i camion che vengono a scaricare e gestendo la compravendita dei materiali recuperati.

Thimoty, fondatore di Our Discovery Travel, è stato a Dandora grazie all’associazione Smiley Hand, per entrare nella discarica ha dovueto chiedere di essere scortato, è stata una decisione molto difficile e della sua esperienza racconta:

«Spesso, nei miei viaggi, riesco ad entrare anche in zone molto pericolose grazie al supporto di associazioni forti, radicate nel territorio, che mi mettono in contatto diretto con le persone del luogo. Ma non sempre basta. Anche se Smiley Hand è una realtà importantissima nella baraccopoli di Korogocho, e ogni giorno aiuta decine di famiglie che vivono attorno alla discarica, la loro rete di protezione, in questo caso, non era sufficiente per garantirci un accesso sicuro. Per entrare in un luogo come questo abbiamo dovuto chiedere alla polizia di scortarci. In questi Paesi l’operato delle forze dell’ordine non è sempre cristallino. A volte si muove in una zona grigia, ai limiti della legge. Ma in quella circostanza non avevamo alternative. Entrare lì non era una questione di coraggio. Era una questione di responsabilità.»

 

Non esiste nulla di casuale a Dandora: c’è una “formalità nell’informale”. I materiali hanno prezzi stabiliti da questi gruppi, le zone di raccolta sono spartite e persino l’accesso dei waste pickers (i raccoglitori di rifiuti) è regolamentato. È un sistema che ha sostituito le istituzioni, fornendo una sorta di ordine perverso in cui la sicurezza e il diritto al lavoro si comprano pagando una tassa alla gang di turno.

 

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Per comprendere perché Dandora sia ancora lì, nonostante l’inquinamento e i rischi, bisogna guardare alla sua economia. La discarica è il polmone economico, seppur malato, degli slum circostanti, in particolare di Korogocho (che in swahili significa “confusione”), Baba Dogo e Mathare.

Circa 6.000 persone lavorano  quotidianamente all’interno della discarica, e tra questi molti sono minori; per categorie fragili come queste i rifiuti all’interno sono una risorsa. Esiste una scala di valori dei rifiuti: la plastica viene divisa per colore e qualità, il vetro viene separato, ma sono i metalli a rappresentare il bene più prezioso. Il recupero di rame dai cavi elettrici o di componenti dai rifiuti elettronici è una delle attività più redditizie, sebbene richieda spesso di bruciare le guaine di plastica, sprigionando fumi altamente tossici. Vengono recuperati anche vestiti e cibo, il quale viene impacchettato e venduto nei mercati di Nairobi. 

Questo impiego permette a migliaia di famiglie di sopravvivere, guadagnando cifre che oscillano tra i 2 e i 4 euro al giorno, un reddito che, per quanto misero, è spesso l’unica alternativa alla fame assoluta in un contesto dove il tasso di disoccupazione è altissimo e i servizi sono inesistenti. 

La relazione tra discarica e popolazione è quindi di totale dipendenza. Quando si parla di bonifica o chiusura, la paura principale degli abitanti non è l’inquinamento, ma la perdita del lavoro. “Siamo davanti a una presa di coscienza tardiva”, si legge in un articolo di Malindi Kenya, perché per decenni la discarica è stata l’unico ammortizzatore sociale per una popolazione dimenticata dalla politica centrale.

Il costo di questa sopravvivenza è, letteralmente, il sangue di chi ci vive. Uno studio condotto dall’UNEP (United Nations Environment Programme, p.20) già nel 2007 aveva lanciato un allarme agghiacciante: su un campione di oltre 300 bambini esaminati nei pressi della discarica, circa la metà presentava livelli di piombo nel sangue ben oltre la soglia di sicurezza, con conseguenze devastanti per il sistema nervoso e lo sviluppo cognitivo.

La combustione a cielo aperto dei rifiuti, pratica comune per ridurre i volumi o estrarre metalli, rilascia diossine, furani e metalli pesanti. L’odore acre è una costante che impregna i vestiti e i polmoni degli abitanti, causando un’incidenza altissima di malattie respiratorie croniche, asma e tumori. La discarica sorge sulle rive del fiume Nairobi. Il percolato, il liquido tossico prodotto dalla decomposizione dei rifiuti, filtra nel terreno e si riversa nel fiume, trasformandolo in un corso d’acqua nera e biologicamente morta, che tuttavia viene ancora usata a valle per irrigare campi coltivati, inserendo così i veleni nella catena alimentare. Il terreno è ormai saturo di sostanze chimiche, rendendo impossibile qualsiasi forma di agricoltura sicura nelle vicinanze.

 

 

Quello di Dandora non è un problema confinato ai confini del Kenya, ma il riflesso di un sistema globale che ha trasformato l’Africa nella gigantesca discarica del mondo sviluppato. È il cosiddetto waste colonialism: un meccanismo attraverso cui i Paesi ad alto reddito alimentano il proprio consumismo, scaricandone però i pesanti costi ambientali e sanitari sulle nazioni in via di sviluppo. Basti pensare che una fetta enorme dei rifiuti keniani arriva da oltreoceano. Il fast fashion, ad esempio, inonda letteralmente il Paese con tonnellate di abiti usati; capi spesso così scadenti da non poter trovare una seconda vita sul mercato, finendo dritti ad alimentare la discarica.

Anche i rifiuti elettronici giocano un ruolo cruciale. Nonostante le convenzioni internazionali (come quella di Basilea, in vigore dal 1992), grandi quantità di e-waste arrivano in Africa illegalmente o sotto la dicitura di “beni usati”, finendo per essere smaltiti in luoghi come Dandora con metodi rudimentali che massimizzano il profitto immediato ma devastano l’ambiente. La responsabilità è dunque condivisa: da un lato l’incapacità (o la mancanza di volontà) della politica locale di gestire il problema e contrastare i cartelli, dall’altro un sistema di consumo globale che esternalizza i costi ambientali nei Paesi più poveri.

A proposito della sensazione di trovarsi nel luogo destinazione dei nostri rifiuti occidentali Thimoty racconta: « Immaginare che io possa semplicemente portare il mio rifiuto in un centro di raccolta, sentirmi a posto con la coscienza, e poi scoprire che quel rifiuto può arrivare fin qui… ed entrare in questo meccanismo infernale, mi fa percepire tutto il sistema come profondamente ingiusto.  Ci raccontiamo che i nostri scarti trovano una seconda vita. Che vengono recuperati, trasformati, riutilizzati. Ma la verità è più scomoda. Il benessere di una parte del mondo si regge anche su luoghi come questo.
Su equilibri fragili. Su vite costrette a sopravvivere dentro ciò che noi abbiamo deciso di non voler più vedere.»

Cosa ne sarà di Dandora? Le prospettive sono incerte e si muovono su due binari opposti: quello traumatico degli sgomberi e quello costruttivo dell’innovazione.

Il 2024 ha segnato un punto di svolta drammatico. In seguito a piogge torrenziali e alluvioni che hanno colpito Nairobi, il governo ha ordinato la demolizione delle abitazioni costruite abusivamente lungo le rive del fiume, proprio a ridosso della discarica. Questa operazione, presentata come necessaria per la sicurezza, ha lasciato migliaia di persone senza tetto, spesso senza offrire alternative abitative concrete, esacerbando la tensione tra le autorità e la popolazione dello slum. Il presidente William Ruto ha recentemente rilanciato l’idea di spostare la discarica in un’area a Ruai e di costruire un termovalorizzatore entro il 2027, ma simili promesse sono state fatte e disattese per decenni, scontrandosi con la resistenza della criminalità organizzata e la mancanza di fondi.

Dall’altro lato, c’è chi prova a trasformare il problema in risorsa attraverso l’innovazione dal basso e la circular economy. Esistono realtà come Gjenge Makers o Kubik, che stanno sperimentando tecnologie per trasformare i rifiuti plastici di Dandora in materiali da costruzione (mattoni, tegole) più resistenti del cemento e a basso costo. Queste iniziative propongono un modello diverso: non chiudere la discarica lasciando la gente per strada, ma formalizzare il lavoro dei raccoglitori, dotarli di strumenti di protezione e inserirli in una filiera industriale che dia valore al rifiuto in modo sicuro.

In questo contesto drammatico esiste una realtà che ogni giorno lavora con cura e competenza per migliorare le condizioni di vita degli abitanti: Smiley Hand. Our Discovery Travel ha avuto l’onore di essere loro ospiti a Korogocho nell’estate del 2025, conoscendo e documentando la loro bellissima realtà. Uno dei loro obiettivi primari è proprio quello di fornire istruzione e sostegno economico ai bambini impiegati nella discarica, per fare sì che nessuno sia costretto a tornare in quell’inferno.  Sul canale youtube si trova un video che racconta come sia possibile cambiare il mondo un sorriso alla volta.

 

 

 

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La prospettiva più realistica e umana non sembra essere la semplice cancellazione della discarica, che sposterebbe solo il problema e la disperazione altrove, ma una sua graduale trasformazione. Il futuro di Dandora si gioca sulla capacità di integrare la popolazione invisibile che oggi la abita in un sistema formale, trasformando quella montagna di scarti non in una miniera tossica, ma in una risorsa gestita con dignità e sicurezza. Fino ad allora, Dandora rimarrà, come scrivono i cronisti locali, lo “specchio del Paese”: un luogo dove la resilienza umana brilla disperata in mezzo a ciò che il resto del mondo ha deciso di gettare via.