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Per la biodiversità sul Kilimangiaro si può fare qualcosa

Francesco D'Ottavi · 15 October 2026 · 11 min di lettura

Il ghiacciaio della montagna più alta d’Africa è in pericolo, c’entra il cambiamento climatico e l’innalzamento strutturale delle temperature, ma c’è ancora speranza.

Pensando al Kilimangiaro, la mente corre subito all’iconica immagine di una vetta innevata che svetta solitaria sulla savana africana. Tuttavia, questa celebre cartolina racconta solo una minima parte della realtà: il Kilimangiaro è in verità un gigantesco vulcano di 5.895 metri che racchiude in sé una straordinaria successione di ambienti. Lungo i suoi quasi sei chilometri di dislivello, si attraversa numerosi ecosistemi diversi: la polvere della savana lascia rapidamente il posto a lussureggianti foreste montane e ai fertili giardini coltivati dalle famiglie Chaga, per poi sfumare nel paesaggio del deserto alpino fino ad arrivare ai ghiacci della cima.

Per comprendere davvero cosa stia succedendo a questo colosso, non ci si può limitare a osservare il ritiro delle sue nevi perenni. Sebbene il ghiaccio stia effettivamente scomparendo, le cause di questo fenomeno vanno ben oltre la semplice logica per cui “fa più caldo”. La vera storia del Kilimangiaro è scritta nell’invisibile ma profonda connessione tra i mutamenti che avvengono sulla sua vetta imbiancata, e le trasformazioni che colpiscono la natura e la vita delle persone migliaia di metri più in basso.

Il Kilimangiaro si trova nel nord-est della Tanzania, molto vicino al confine con il Kenya. È un vulcano isolato, talmente grande da essere considerato il più alto rilievo vulcanico isolato del mondo. La montagna è composta da tre grandi strutture vulcaniche. A ovest c’è lo Shira, ormai spento, che raggiunge circa 4.000 metri. A est si trova il Mawenzi, una cima rocciosa di oltre 5.000 metri, molto più frastagliata e priva dei grandi ghiacciai che un tempo la ricoprivano. Al centro c’è il Kibo, che con i suoi 5.895 metri costituisce la vetta più alta del continente Africano. Quando si parla del ghiacciaio del Kilimangiaro, dunque, si parla soprattutto dei ghiacci che sopravvivono sul Kibo.

L’etimologia del nome Kilimangiaro è incerta e si basa principalmente su due ipotesi. La prima è di origine swahili, una lingua bantu molto diffusa in Africa orientale: il nome deriverebbe dall’unione di kilima (“collina” o “montagna”) e njaro (“bianchezza”, “luce” o “splendore”), traducendosi quindi come “montagna splendente” o “collina bianca”. La seconda ipotesi si rifà invece al chaga, un’altra lingua bantu parlata soprattutto nelle zone limitrofe alla montagna, in cui questo termine assumerebbe il significato di “viaggio impossibile”. 

Il Parco nazionale del Kilimangiaro protegge gran parte di questo ambiente il quale è riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio mondiale. Questa successione di ambienti è uno degli aspetti più importanti per capire il Kilimangiaro: non è semplicemente una vetta circondata dal nulla. È un sistema ecologico verticale. E gli esseri umani vivono soprattutto nella parte bassa e intermedia di questo sistema.

Thimoty, fondatore di Our Disocvery Travel, è stato a Kikelelwa, una piccola città a nord-est del KIlimangiaro. Racconta così le sue prime impressioni nella città:

Kikelelwa è una zona meravigliosa. Uno di quei luoghi che ti costringono a mettere tutto in pausa e ad abituarti a un ritmo diverso. Qui il Kilimangiaro domina il paesaggio e sembra dettare il clima e persino l’umore delle persone. In tanti ci hanno consigliato di tornare in inverno, sperando di vederlo innevato: uno spettacolo che, ci hanno detto, è difficile persino da descrivere.

Questo gigante è un compagno silenzioso: è sempre lì, presente, ma non parla. Eppure, la sua presenza si fa sentire. Capita spesso di vedere qualcuno alzare lo sguardo verso la montagna, cercando tra le nuvole un segnale, nella speranza che ne trattenga qualcuna capace di portare un po’ di pioggia. 

Il nome scientifico è Ghiacciaio di Rebmann, prende il nome dal primo europeo che avvistò la montagna. Durante le grandi glaciazioni del Pleistocene, la montagna era ricoperta da una calotta glaciale molto più estesa di quella attuale. Il ghiaccio si estendeva in basso lungo i suoi versanti e collegava le diverse cime del massiccio.

Nella seconda metà dell’Ottocento, quando le prime esplorazioni scientifiche cominciarono a documentare sistematicamente il Kilimangiaro, esistevano circa 20 chilometri quadrati di ghiaccio. Nel corso dei decenni l’estensione si è diminuita ad una velocità notevole.

In un secolo è scomparso circa il 90% della superficie glaciale documentata e il processo non si è fermato. Il ghiaccio, però, non si sta semplicemente «sciogliendo» tutto nello stesso modo.

La spiegazione del solo innalzamento delle temperature per il Kilimangiaro risulta essere incompleta. I ricercatori hanno infatti distinto due sistemi glaciali differenti: i ghiacciai che si trovano sull’altopiano sommitale, sopra circa 5.700 metri, e quelli che si trovano più in basso sui pendii. I primi hanno caratteristiche particolari: sono grandi masse di ghiaccio relativamente piatte, con pareti che in alcuni punti possono diventare verticali e raggiungere decine di metri di altezza. Queste pareti sono molto importanti perché ricevono direttamente la radiazione solare.

Può sembrare un paradosso, ma il ghiaccio è in grado di ridursi anche con temperature esterne inferiori allo zero. Non serve quindi pensare al classico disgelo, simile a un cubetto che si scioglie a temperatura ambiente. Ad alta quota, infatti, i raggi solari sprigionano un’energia tale da innescare direttamente processi di fusione e sublimazione. Quando poi si crea una parete di ghiaccio verticale, questa conformazione la espone in modo ancor più diretto all’azione del sole, alimentando il continuo ritiro. 

È una delle ragioni per cui le immagini dei ghiacciai del Kilimangiaro sono così impressionanti: non mostrano soltanto una superficie bianca che si assottiglia, ma vere e proprie scogliere di ghiaccio che si ritirano lentamente lasciando spazio alla roccia. Gli studi sui ghiacciai del Kilimangiaro hanno mostrato da tempo quanto sia importante distinguere questi processi da quelli che interessano i ghiacciai di pendio.

Le ricerche sul clima mostrano che una parte fondamentale del cambiamento avvenuto alla fine dell’Ottocento riguarda l’umidità. Attorno al 1880 si verificò una significativa diminuzione delle precipitazioni e dell’umidità nell’Africa orientale. Il risultato fu un ambiente progressivamente più secco, con meno neve in grado di alimentare il ghiaccio e una maggiore esposizione alla radiazione solare.

È una distinzione importante perché il ghiacciaio non vive soltanto di temperature basse. Ha bisogno anche che arrivi abbastanza neve da compensare quella che perde. Da una parte c’è ciò che arriva: neve e altre forme di accumulo. Dall’altra c’è ciò che se ne va: fusione, sublimazione, distacco del ghiaccio.

Se per molto tempo entra meno ghiaccio di quanto ne esca, la massa glaciale diminuisce. Sul Kilimangiaro questo bilancio è stato alterato per decenni. Per questo il ghiacciaio continua a ritirarsi anche senza che la temperatura in vetta superi continuamente lo zero.

Questo non significa che il riscaldamento globale sia irrilevante. Al contrario: le ricerche più recenti mostrano che anche il Kilimangiaro sta sperimentando cambiamenti termici lungo il suo enorme gradiente altitudinale. Uno studio pubblicato nel 2026 ha analizzato vent’anni di osservazioni, dal 2004 al 2024, combinando una rete di sensori installati lungo la montagna con dati satellitari.

Il risultato è un quadro complesso, con variazioni diverse a seconda della quota e dell’ora del giorno.  Il Kilimangiaro non sta quindi semplicemente diventando più caldo in maniera uniforme. Il suo clima sta cambiando in modo diverso a seconda dell’altitudine e delle condizioni locali. Ed è proprio questo che rende importante osservare l’intera montagna, non soltanto la vetta.

Scendendo dalla cima, la presenza del ghiaccio lascia progressivamente spazio alla vegetazione. Ed è tra circa 1.100 e 2.800 metri che si trova una delle parti più importanti dell’intero ecosistema. Uno studio pubblicato nel 2026 ha provato a misurare non soltanto la biodiversità, ma quello che viene definito Nature’s Contributions to People, cioè l’insieme dei contributi che gli ecosistemi forniscono alle persone.

L’idea è semplice: una foresta non è soltanto un insieme di alberi. Fornisce acqua, cibo, legname, fertilità del suolo, protezione dall’erosione, impollinazione, regolazione del clima e molti altri benefici. I risultati dello studio sul Kilimangiaro sono sorprendenti.

La fascia compresa tra 1.100 e 2.200 metri concentra da sola circa il 59% dell’offerta complessiva di questi contributi. Se si considera l’intera fascia tra 1.100 e 2.800 metri, si arriva a circa il 73%. È una specie di cuore biologico della montagna. Qui si trovano foreste montane e sistemi agricoli tradizionali, ma anche paesaggi che, visti da lontano, potrebbero sembrare semplicemente zone rurali. In realtà sono ecosistemi estremamente complessi.

Tra le popolazioni che vivono sulle pendici del Kilimangiaro ci sono i Chagga. Da generazioni hanno sviluppato un sistema agricolo chiamato Kihamba, una forma di agroforestazione tradizionale che trasforma il terreno intorno alla casa in un sistema composto da diversi livelli di vegetazione.

Non c’è un solo campo con una sola coltura. In alto crescono alberi che forniscono ombra, legname, frutti, foraggio e altri prodotti. Più sotto si trovano i banani. Ancora più in basso crescono le piante di caffè. Nel sottobosco possono trovare spazio ortaggi, tuberi, erbe e altre colture.

Thimoty, a proposito di questa biodiversità, racconta:  

La natura ha impiegato millenni a sviluppare equilibri e relazioni che le permettono di prosperare nel modo più efficace possibile. Eppure, basta osservare un ambiente naturale per accorgersi che non esistono distese perfettamente ordinate di un’unica specie vegetale, isolate da tutto il resto. La biodiversità è la norma, non l’eccezione.

Piante diverse svolgono funzioni diverse: alcune arricchiscono il terreno, altre offrono ombra, trattengono l’umidità o favoriscono la presenza di altre forme di vita. Si sostengono, si completano e contribuiscono insieme all’equilibrio dell’ecosistema. Un po’ come accade anche a noi esseri umani.

Per questo è così bello riscoprire metodi di riforestazione che non cercano di imporre alla natura un modello artificiale, ma si ispirano ai suoi stessi meccanismi. Non si tratta di inventare qualcosa di nuovo, ma di imparare nuovamente a osservare ciò che la natura fa da sempre e che, nel corso dei secoli, abbiamo spesso dimenticato.

La stessa superficie può quindi produrre contemporaneamente cibo, legna, frutta, caffè e altri prodotti, distribuendo il rischio invece di concentrarlo su una singola coltura.

Il suolo e la vegetazione influenzano il microclima locale e di conseguenza le coltivazioni. Le condizioni climatiche che cambiano alle quote più alte contribuiscono alla crisi di un ghiaccio che, in realtà, è solo la parte più visibile di un problema molto più grande.

Proteggere l’ecosistema della montagna passa anche dalla capacità di rendere più resilienti gli ecosistemi e le comunità che vivono alle sue pendici. È in questo spazio che si inseriscono progetti come quelli di Matonyok e Treedom. Matonyok è un’organizzazione non profit che lavora sull’agroforestazione sostenibile, con l’obiettivo di unire conservazione ambientale, sicurezza alimentare e miglioramento delle condizioni economiche delle comunità. Treedom, invece, permette a persone e aziende di finanziare la piantumazione e la gestione di alberi attraverso progetti agroforestali realizzati con comunità locali. L’idea dell’agroforestazione è semplice ma potente: invece di separare rigidamente agricoltura e alberi, li si fa convivere.

Thimoty e Claudione di Our Disocvery Travel insieme a Mantonyok

Nell’estate del 2025 il team di Our Discovery Travel, all’interno del viaggio Tembo e Twiga, è stato sul Kilimangiaro insieme a Treedom e Monyok, per raccontare il lavoro e i progetti in cui sono coinvolti, a riguardo è stato realizzato un documentario che si può trovare sul canale youtube di Our Discovery Travel.

Thimoty, a proposito del momento in ha preso questa decisione, racconta: 

Appena mi è stato descritto il progetto e la zona, ho subito voluto andarci. Avremmo circumnavigato tutto il Kilimangiaro ed esplorato zone che altrimenti non avrei mai avuto occasione di vedere.

L’obiettivo non è soltanto aumentare il numero di alberi. È costruire sistemi agricoli nei quali una famiglia possa ottenere più prodotti e più fonti di reddito dalla stessa terra. È una differenza fondamentale.

Perché una politica ambientale può funzionare soltanto se, per le persone che vivono sul territorio, conservare l’ambiente non significa necessariamente guadagnare meno o avere meno possibilità di sopravvivere. Se un contadino può ottenere cibo, frutta da vendere, ombra per le colture, protezione del suolo e nuove fonti di reddito mantenendo gli alberi all’interno del proprio terreno, l’ambiente smette di essere qualcosa da proteggere contro gli interessi delle persone.

Servono tutte queste cose, insieme a comunità che abbiano gli strumenti per adattarsi. Il ghiacciaio del Kilimangiaro continuerà probabilmente a ritirarsi e le ricerche più recenti suggeriscono che la sua scomparsa sia ormai difficilmente evitabile. Ma la storia della montagna non coincide con quella del suo ghiaccio.

Anche quando l’ultima grande parete bianca sarà scomparsa, il Kilimangiaro continuerà a essere una montagna viva: con le sue foreste, fiumi, campi, animali e persone che abitano le sue pendici. Non è una promessa che gli alberi possano fermare da soli il ritiro dei ghiacciai. È qualcosa di più concreto: la possibilità di rendere più forte la parte della montagna che ancora possiamo proteggere. E forse, per una montagna che ha perso così tanto ghiaccio, è proprio da lì che bisogna ricominciare.

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